Questa poesia (non sarà in rima, ma quale motociclista non la percepirebbe come tale?) l’ha scritta Carlo Talamo.
Riassume il rapporto che per tutta la sua vita lo ha legato alle motociclette. Una storia d’amore, non c’è altro modo di definirla.
Carlo Talamo, romano di nascita, ma trapiantato a Milano, è stato l’uomo che per primo ha importato in Italia le motociclette Harley Davidson e Triumph, fondando dapprima la “Numero 1” e poi la “Numero 3”.
Tutti noi sappiamo che l’ottimo imprenditore Talamo è riuscito a conquistarsi una bella fetta di mercato. Ma il suo personaggio non si riduceva alla figura di un “commerciante”.
Talamo era un uomo stravagante, unico, ma soprattutto era un vero motociclista. Uno che amava chiudersi nel suo retrobottega per costruirsi le special con le quali andava in giro.
Uno che amava visceralmente le motociclette, senza mezze misure.
Si occupava personalmente delle sue campagne pubblicitarie, componendo “sonetti” che solleticavano la passione dei motociclisti, e che potevano anche apparire “furbe” trovate da uomo di marketing, se non fosse che lui, in prima persona, era prima di tutto un biker che a quelle parole aveva ispirato la propria vita.
La sua capacità imprenditoriale scaturiva probabilmente proprio da questo. Lui aveva un rapporto così stretto con le motociclette e con le Case costruttrici che addirittura aveva personalmente ideato gli allestimenti di alcuni modelli, che poi sono regolarmente entrati in produzione; così la Triumph Baby Speed, o la Speed Triple S, o la Tiger Sport 955I, o l’Harley Davidson Black Train. Godeva di una tale considerazione nell’ambiente, che aveva avuto incarico di “pensare” i nuovi modelli destinati al rilancio della Laverda; ma questo il destino gliel’ha impedito…
C'è una strada.
Questa strada sta da qualche parte.
C'era luce, fino a poco tempo fa.
Ma ora è notte.
Piove.
Sulla strada, nessuno.
Forse, per molto tempo ancora, non passerà nessuno.
Accanto alla strada, sta una motocicletta.
Immobile.
La vernice è opaca di chilometri.
Lucida di pioggia.
La scena è vuota.
Oppure sembra.
Perché, a ben vedere, c'è un uomo.
Quest'uomo sta seduto sotto ad un albero, poco più in là.
E' tranquillo.
Quietamente beve qualcosa da un recipiente.
Potrebbe essere caffè.
Potrebbe essere birra.
Forse è soltanto un gesto.
L'uomo guarda la motocicletta.
Con gli occhi accarezza le ruote consumate, il motore, la parte scura dei grandi tubi di scarico.
La pioggia, poggiandosi sul metallo caldo, frigge dolcemente nel silenzio.
L'uomo si muove, ma impercettibilmente.
Forse, se potesse, toccherebbe quella vecchia motocicletta stanca.
Ma tra la sua mano e lei c'è il bosco.
E la quiete infinita di una notte d'inverno.
Nella vita dell'uomo e della motocicletta, ci sono state giornate di sole.
Molti chilometri, e odori forti di olio e di velocità.
E c'è stato un tempo colorato, quando le ragazze si fermavano a guardare.
A parlare.
Gli occhi dell'uomo, adesso, sono chiusi.
Delle ore, o magari molti anni, sono passati.
Adesso è notte.
Fa più freddo.
La strada è vuota.
In lontananza, assorbito dal bosco ma scandito nel freddo, si fa più lieve il suono di un rumore.
Da qualche parte sta una città.
E l'allegria.
(Carlo Talamo)
Ci piace ricordarlo così, per queste sue parole ispirate, per il suo modo di esternare quella sua passione infinita, che è anche la nostra. Carlo Talamo è morto il 29 Ottobre 2002, a 49 anni, presso Viareggio, in un incidente stradale occorsogli mentre era alla guida della sua amata motocicletta. Un maledetto Guard Rail ce lo ha portato via. Grazie Carlo, le tue “poesie” ci mancheranno...
Andrea SVitato